Bud Spencer avrebbe amato questo posto. Me lo disse sua figlia.
C'è un momento in cui capisci che quello che stai costruendo è più grande di te. Io l'ho capito una sera, davanti a una roulotte americana, con la figlia di un mito.
Cristiana Pedersoli mi guardò e disse una cosa che non dimenticherò mai.
“Mattia, papà avrebbe amato questo posto.”
Stetti in silenzio. Non sapevo cosa rispondere.
Non perché fossi emozionato; o almeno, non solo per quello.
Ma perché in quel momento ho capito che quello che avevo costruito non era solo un posto dove dormire bene. Era qualcosa che parlava a persone vere. Che toccava qualcosa di vero.
E me lo stava dicendo la figlia di Bud Spencer.
Ma lascia che ti racconti come è iniziato tutto.
Tutto comincia da una roulotte
Anni prima, quando stavo immaginando cosa sarebbe diventato il Luxury Camp, avevo una sola certezza.
Non volevo costruire solo un hotel all’aperto.
Volevo costruire qualcosa che si muovesse. Qualcosa che avesse l’anima del viaggio anche quando era ferma.
Per questo importavo le iconiche caravan Airstream dagli Stati Uniti per rivenderle in Italia.
Quelle americane. Quelle di alluminio lucido che sembrano nate per il deserto e alla fine ho portato lo stesso concetto qui a Venezia, nella laguna, tra i pini e l’acqua salata.

Non era una scelta estetica. Era una scelta di filosofia.
Un Airstream non è un bungalow. Non è una stanza. È uno spazio che ha già viaggiato, che porta con sé qualcosa. Che ti dice: anche tu puoi partire, anche quando sei fermo.
Ho passato anni a fare il Marketer tra digital Marketing e commercializzare cose strane come le macchine americane e le roulotte Airstream appunto.
Ho vissuto in Florida tra il 2007 e il 2010. Oggi ho ancora l’ultima Airstream tenuta come ricordo. Avrei voluto farci un ufficio mobile.
Ancora oggi porto nel cuore Miami e sogno di tornarci a vivere un giorno, anche se io vivevo a Sarasota una bellissima baia vicino a Tampa…. e lo sai perchè me ne sono andato in Florida?
Proprio per quei film di Bud Spencer.
Quando sono atterrato la prima volta nel 2007 mi sono sentito subito a casa e ho percepito un profumo, era quello della libertà… ma ne parleremo in un altra occasione.
Quello, comunque sarebbe stato il senso del Luxury Camp fin dall’inizio.
Quello che non sapevo di Bud Spencer
Quando Cristiana mi ha raccontato di suo padre, mi sono fermato ad ascoltarla. Credo che sia una cosa che faremo tutti noi che siamo cresciuti con i suoi film.
Bud Spencer — Carlo Pedersoli, l’uomo vero dietro il personaggio — aveva importato (tra moltissime auto e cose di ogni genere) una roulotte Airstream da Miami. La usava come ufficio personale. Non voleva uno studio fisso, una scrivania e quattro muri.
Voleva uno spazio che potesse partire.
Che respirasse libertà, anche da fermo.
Io non lo sapevo. Non potevo saperlo.
Eppure avevo fatto la stessa identica cosa.
La stessa roulotte. Lo stesso paese di origine. La stessa idea di fondo.
Due generazioni diverse. Due storie diverse. Ma la stessa visione di cosa significa creare uno spazio in cui sentirsi vivi. Perché è proprio la libertà a farci sentire tutti più vivi.
Cristiana mi disse che questo per lei era un segno.
Io credo molto nei segni e poco nelle coincidenze, ma sono uno pratico, concreto, che ha imparato sulla propria pelle che le cose si costruiscono con le mani e con la testa, non solo con con la fortuna.
Poi ti racconterò il perché di questa mia affermazione, ma in quel momento ho fatto fatica a non darle ragione. Da lì, è venuta fuori un’idea pazzesca: portare Bud al Luxury Camp.
Perché Bud Spencer è al Luxury Camp
Cristiana ha deciso di collocare una sua scultura di Bud Spencer qui, al Luxury Camp.
Ne scrive anche “Il Giornale” clicca qui per vedere l’articolo.
Non è una cosa simbolica e nemmeno una strategia di marketing.
È una scelta personale, fatta da una figlia che vuole portare la memoria di suo padre nei posti che lui avrebbe amato. Nei posti che parlano la sua lingua. La nostra lingua.
Bud Spencer amava la libertà. Amava i posti con le ruote. Amava gli spazi che non ti mettono in gabbia.
E quando Cristiana ha visto quello che ho costruito, ha sentito suo padre in ogni dettaglio.
Io ho sentito una responsabilità enorme oltre che tanta emozione.
Perché costruire un posto che Bud Spencer avrebbe amato non è una frase da mettere in un comunicato stampa. È una misura. È uno standard.
È il tipo di cosa che ti fa tornare a lavorare il giorno dopo con più chiarezza su quello che stai facendo e perché lo stai facendo.
Cosa c’entra tutto questo con l’ospitalità?
Te lo dico in modo diretto, come faccio sempre.
Nel mondo dell’hospitality si parla tanto di lusso. Di materiali. Di servizio. Di stelle.
Pochissimi parlano di anima.
Bud Spencer era un uomo che aveva un’anima enorme, un uomo che aveva conquistato il mondo rimanendo se stesso.
Quella è la cosa più difficile da costruire in una struttura ricettiva.
Non le suite e la colazione gourmet e nemmeno il profumo all’ingresso. Te ne parlo qui nella formula dell’incanto.
Ma quella sensazione — difficile da spiegare ma impossibile da non sentire — che il posto in cui sei stato è pensato per te. Che chi l’ha costruito ci ha messo qualcosa di vero.
E considera da dove viene Cristiana. Sua madre è Maria Amato, figlia di Peppino Amato — il produttore che ha portato Walt Disney in Italia e che ha contribuito a costruire l’immaginario della Dolce Vita italiana. Un uomo che sapeva cosa significa creare qualcosa che entra nell’anima delle persone.
Io ci sto lavorando da anni. Ci lavoro ancora adesso.
Ogni tanto, nei momenti in cui il dubbio è più forte del coraggio, mi ricordo di quella sera con Cristiana. Di tutto quello che porta con sé. E penso che sono gli eventi come questi che mi incoraggiano ad andare avanti.

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Mattia Ferro.



